Nel corso dell’estate del 1935, la tranquilla Val di Non si trasformò in un vasto teatro di operazioni militari.
Le cosiddette grandi manovre del Regio Esercito rappresentarono uno degli esempi più evidenti della crescente militarizzazione dell’Italia fascista, in un momento storico segnato da ambizioni espansionistiche e tensioni internazionali sempre più forti.
Il contesto in cui queste esercitazioni ebbero luogo è fondamentale per comprenderne il significato.
Sotto la guida di Benito Mussolini, il regime stava preparando il Paese a un conflitto imminente.
Di lì a poco, infatti, sarebbe iniziata la Guerra d’Etiopia, destinata a segnare profondamente la politica estera italiana.
In questo clima, le manovre militari non avevano soltanto una funzione tecnica, ma assumevano anche un ruolo propagandistico: servivano a dimostrare efficienza, disciplina e potenza, sia all’interno sia all’esterno dei confini nazionali.
La scelta della Val di Non non fu casuale.
Inserita nel contesto del Trentino-Alto Adige, territorio annesso all’Italia dopo la Prima guerra mondiale, la valle possedeva un forte valore strategico e simbolico.
Le sue caratteristiche geografiche — vallate strette, altipiani e rilievi montuosi — offrivano condizioni ideali per simulare operazioni in ambienti complessi, particolarmente utili per addestrare le truppe a scenari realistici.
Le esercitazioni coinvolsero migliaia di soldati appartenenti a diverse specialità: fanteria, artiglieria e reparti motorizzati operarono in modo coordinato, mettendo alla prova strategie offensive e difensive. L’impiego di tecnologie relativamente moderne per l’epoca, come le comunicazioni radio e i mezzi meccanizzati, evidenziava il tentativo di aggiornare l’apparato militare italiano.
Tuttavia, al di là dell’aspetto tecnico, le manovre furono concepite anche come un evento spettacolare, seguito con attenzione dalle autorità e amplificato dalla stampa.

Il fondo mostra l’arrivo nella valle di Mussolini, del Re e dei vari corpi militari con la banda che sfilano di fronte a cittadini e classi di bambini.
Le foto sono state scattate dal fotografo Enrico Pedrotti, uno dei fotografi più rilevanti e attivi a Trento proprio negli anni Trenta.

Gabriele Vietina.


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